y’know what

Notizie dal mondo in cinque sorsi

di


SUBSTORIES
Storie Sommerse // Libri, Racconti, Sogni
issue#03


Primo sorso – Routine espressa

Sono passati anni, ma ancora la mia vecchia Moka non ha smesso di farmela pesare. Mi guarda di traverso ogni volta che apro la credenza della cucina. L’ho tradita tempo fa, cedendo al comodo richiamo delle capsule confezionate: cinque secondi e il caffè è pronto. Una piccola soddisfazione moderna che fa sembrare quasi preistorici i tempi in cui servivano più di cinque minuti per godersi un buon caffè.

Così, ogni mattina approfitto del tempo risparmiato per “tenermi informato” sulle notizie dal mondo. Un cucchiaino di zucchero, un sorso dalla tazzina in ceramica, un clic sull’app di Instagram… ed eccomi immerso in un telegiornale formato reel, dove – da bravo membro della Gen Z – nessuna notizia riesce a superare la mia soglia critica di cinque secondi di attenzione.


Secondo sorso – Il mondo del cucù

Giro il cucchiaino nella tazzina e faccio un sorso-scroll. Sul mio schermo: un video consiglia i migliori outfit della settimana in base al segno zodiacale. Subito dopo, la notizia del divorzio di una coppia di Hollywood prima del loro nuovo film cattura la mia attenzione per quattro secondi. Nei successivi cinque secondi, vengo distratto da un video su come piegare perfettamente le magliette secondo un metodo cinese.

È un vero e proprio mondo del cucù. Sì, proprio come quei vecchi orologi a pendolo che, ogni ora, fanno spuntare un uccellino di legno dal portello: un’apparizione rapida, un battito d’ali e via… sparito. Le storie che scorrono davanti ai nostri occhi funzionano allo stesso modo: fanno capolino per un istante, svolgono il loro compito – stupire, distrarre, intrattenere – e vengono subito rimpiazzate dal rintocco successivo. Articoli, immagini e video si susseguono in fila indiana, ciascuno confinato nella propria bolla digitale: una “sfilata” di bolle di sapone, che stupiscono solo per pochi secondi prima di scoppiare.


Terzo sorso – “Ed ecco a voi…”

Ancora un sorso-scroll. Sul mio schermo: «Ed ecco a voi i dati allarmanti dei bombardamenti della scorsa notte: decine di civili sotto le macerie, i soccorsi ancora in ritardo». Subito dopo, stesso tono, stessa voce: «Ed ecco a voi le immagini virali di Rusty, il pinguino che balla sulle note della musica jazz. Un video da milioni di visualizzazioni».

“Ed ecco a voi” — la formula magica più usata nei palinsesti radiofonici e televisivi. Una “frase” che serve a cucire tutto e allo stesso tempo a slegare ogni cosa. È la colonna sonora della nostra discontinuità narrativa: ciò che avete appena visto non ha nulla a che fare con ciò che vedrete tra poco. Nessuna continuità, nessun filo logico da seguire. Una sorta di interruttore mentale che ci autorizza a dimenticare ciò che abbiamo appena sentito per concentrarci sul prossimo frammento.


Quarto sorso – Libertà in punta di dita

Restano ancora un paio di sorsi di caffè. Ne faccio uno. Sul mio schermo: un post sulle hit musicali della settimana mi consiglia un nuovo album da ascoltare. Premo play. Uno scroll dopo, la storia di Parwana: una donna afghana, un parto cesareo, un Paese dove essere donna è una condanna e mettere al mondo un figlio maschio un dovere. La voce di Caterina di Medici Senza Frontiere cerca di raccontare, ma le sue parole sono coperte dalla musica e non riesco a sentirle.

Forse è questo l’aspetto più critico della nostra “libertà in punta di dita”: passare davanti al dolore altrui e superarlo con un gesto. Delle centinaia di narrazioni che abitano il nostro feed, infatti, la maggior parte è perfettamente “innocua”, non punge, non scuote il nostro animo, non suscita alcuna emozione o senso di empatia. E anche quando una voce riesce a emergere basta un clic col dito per rimuoverla. Sulla superficie liscia e scorrevole dei nostri smartphone l’altro scompare: non è più uno sguardo che interpella, un corpo che resiste, una voce che coinvolge. Persone come Parwana divengono invisibili: sono solo un’informazione in più, un altro sorso da mandare giù.


Quinto sorso – Capsule da caffè

Eccoci all’ultimo sorso. Decido di bloccare il telefono e di provare a riassumere ciò che ho visto. Un vortice disordinato di titoli e immagini affolla la mia mente. Tutto è lì, confuso sullo stesso piano, ma niente mi ha colpito davvero. In fondo è questo l’effetto “magico” del nostro mondo digitale: tutto è istantaneo, immediato, pronto per l’uso, preconfezionato – come le capsule da caffè.

“Un mondo che, così com’è descritto dai frettolosi mezzi di comunicazione, non ha nessun ordine e nessun senso e non deve quindi essere preso troppo sul serio”.

Ecco perché, dopo aver scritto questo articolo, sento di dover chiedere scusa alla mia vecchia Moka. Col suo piccolo rituale – riempire l’acqua fino alla valvola, fare la montagnetta perfetta di caffè e aspettare il brontolio sommesso dell’acqua che sale – ci abitua a un tempo più umano: fatto di attesa, di ascolto e, perché no, anche di momenti noiosi. Un tempo che consente non solo di tornare ad apprezzare le cose concrete, modeste e quotidiane (le uniche capaci di starci davvero a cuore) ma anche di affinare lo sguardo e l’ascolto nei confronti di quelle voci che il rumore costante della nostra iperconnessione tende a rendere invisibili, impedendoci di riconoscerle come parte della nostra stessa umanità.

Intanto, mentre penso a dove nascondere le capsule rimaste, il caffè è finito. E io – in cinque sorsi-scrollho fatto il giro del mondo comodamente seduto nella mia cucina.


SUBSTORIES è un format a cura di Matteo Falciani, che racconta Storie Sommerse // Libri, Racconti, Sogni

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