
capriole di parole ovvero 2 o 3 cose che so di lei
…e stavolta lei è la letteratura
issue#03
Domenica 28 giugno in Atelier presentiamo questo libro che dovete assolutamente conoscere: si intitola Oga Magoga e l’ha scritto Giuseppe Occhiato nell’arco di 50 anni… Fate il conto voi: nella nota finale si legge che la prima stesura la scrive tra il ’54 e il ’56, la seconda tra il ’58 e il ’60, la terza nel ’63, la quarta nel ’77 e la quinta nel 1981: poi, tra gennaio 1990 e novembre 1999 scrive la versione che viene finalmente pubblicata nel 2000.
Don Sidorio Carrà, barbiere, sagnatore sperto e rabdomante
Io Oga Magoga l’ho scoperto poche settimane fa (tre volte grazie ad Antonio Canzoniere che me l’ha fatto conoscere) e ancora non ho nemmeno finito di leggerlo. Però una cosa ve la posso dire: se esiste un Paradiso dei lettori sono sicuro che c’è un intero scaffale di copie di questo libro: e hanno tutte caratteri belli grossi e pagine con i margini belli ampi…
E già che ci sono ve ne dico un altro paio: dovrebbero fare una cornice del Purgatorio per chi non lo conosce; e, soprattutto, dovrebbero fare un girone dell’Inferno per chi lo conosce e non ne parla ai quattro venti.
Ma basta così, non voglio tergiversare oltre, preferisco passare la parola all’autore e farvene assaggiare una pagina, perché questo libro è pieno di pagine (per intenderci: nell’ultima edizione uscita presso il Saggiatore nel 2022 ce ne sono 1299) e ogni pagina è piena di cunti e ogni cuntu è pieno di personaggi eccezionali e la maggior parte di loro abita in contrada Contura dove c’è una fabbrica di letteratura.
Il mio personaggio preferito è Don Sidorio Carrà, barbiere, sagnatore sperto e rabdomante, con una passione per i romanzi e col pallino di fare il controfascista. La fabbrica di letteratura è il suo salone e lo trovate descritto in questo brano che vi trascrivo. Buona lettura.
Quando Sidorio Carrà incignava a raccontare…
(da Oga Magoga di Giuseppe Occhiato, pp. 235-236)
[…] ora che era invecchiato e che, avendo scapolato pure lui dal mestiere di varvere e dall’arte di sagnatore, non gli si presentavano più come prima tante occasioni di provare quei preiamenti che potevano stare a paro con quelli che una volta provava nel salone, nel suo locale d’una volta che era diventato a quei tempi come un vero e proprio laboratorio, di parole se non di fatti, una vera fucina, una forgia dentro la quale con i conturesi discuteva, è vero, di tante cose, come pure di idee politiche, di controfascismo, come diceva lui, per quello che poteva essere di loro comprensione, ma quasi sempre e particolarmodo di un argomento che era quello suo preferito, e che era quello dei libri con le imprese dei paladini di Francia e della cavalleria errante. E, come infatti, laddentro, mentre era intento a rasare barbe, a tagliare capelli alla Mascagni o a fare cozzetti all’umberta prima e alla tedesca poi, e preparava misture, impiastri, stomatici vari per i poveri cristiani che gli erano rimasti affezionati nonostante che a Mileto, a Jonadi e a Santocostantino cominciassero già a esserci tanti medici, avevano preso forma e corpo tutte le sue fantasie alate, sia a sfondo leggendario che cavalleresco, come quelle ispirategli dalle avventure romanzesche dei reali di Francia, da Fiovo e Brandom a Rizieri figlio di Giovambarone, che era stato il primo paladino di Francia, e a Fegra Albana, morta di amore per lui, e dei paladini di Carlomagno, da Astolfo, Orlando e Rinaldo di Montalbano a Bradamante, a Fiordiligi, a Marfisa, o quelle dei favolosi viaggi di Guerrino inteso il Meschino, da Elissena a Brandisio e ad Antinisca, con tutto quel mondo magico e meraviglioso di spade, lanze, anelli, scudi e corni incantati, di cavalli alati e affatati, di maghi, negromanti e fatesse quali soprattutto la più famosa e fascinatrice delle maghe di tutti i tempi qual era la celebre arcimagafatessa annomata Alcina, e poi Drogantina, Logistilla, Morgana, Falerina; di mostri, orchi e giganti, tipo Orrìlo, Erifilla, tipo Caligorante, il re Giliante, il gigante Macus, e poi tutti i luoghi e i posti incantati dove sarebbe stato bello potersi sdiregnare per mezzo dell’infatagione d’una potentissima làmia e viverci per sempre, eternamente, tra le delizie della Città delle femmine, per esempio, o delle Grotte nursine, o della rocca di Atlante, o della casa del Sonno e perfino dell’isola della fata Alcina; e laddentro avevano pigliato pure forma le terribili trame di quel terrificante mostro mitologico, il più attrassante fra tutti quelli che mai si erano intesi nominare fra le quattro pareti del salone, il più sgomentevole, il più scurabissale di tutti, che era quell’essere enorme, nero, tenebroso, sotterraneo, anzi quel malessere mezzo cristiano di sotto e mezzo animale di sopra che era come a dire tutto ciò che di più allarmoso si potesse trovare insurato in un essere vivente, che veniva a essere il minatòtaro, o minòtaro, o minnòtoro, o minotànnaro, giacché in questi termini veniva inteso il minotauro vero e proprio, che quando Sidorio Carrà incignava a raccontarne la storia pure i moschitti sul soffitto si mettevano a ascoltare, e i muri, la vetrina, il mattonato stesso del salone tremavano di spavento.
Credits
Oga Magoga è stato ripubblicato da il Saggiatore nel 2022, a cura di Emilio Giordano, con prefazione di Andrea Gentile.
Sul sito dell’editore il Saggiatore è dedicata a Oga Magoga di Giuseppe Occhiato questa pagina web: ci trovate una rassegna stampa per conoscere meglio il libro e una serie di link per acquistaro.
2 o 3 cose che so di lei è una rubrica a cura di Gianluca Simonetta, che si diverte a fare capriole di parole.

Gianluca Simonetta è il direttore artistico dell’Atelier Raimondo Cefaly: si occupa di content design e retorica digitale e insegna Scrittura creativa e Strategia di comunicazione all’Università di Firenze; nel laboratorio creativo y’know what coordina la redazione e cura il sito web.


