y’know what

Le belle contraddizioni del cinema documentario

di


capriole di parole ovvero 2 o 3 cose che so di lei
…e stavolta lei è l’immagine documentaria
issue#02


Non fraintendetemi se le chiamo “belle”, per me una contraddizione è come una medaglia e in questa capriola di parole voglio assegnare una medaglia a due documentaristi che amo particolarmente: uno è Vittorio De Seta, l’altro è Joris Ivens.

Ci tengo a portare alla vostra attenzione le loro belle contraddizioni, perché sono convinto che possano contribuire a farvi comprendere più a fondo la complessità, la ricchezza, il valore del cinema documentario. Prima però, permettetemi di presentare il cinema documentario di De Seta.


Ti colpisce agli occhi

«Quando sei dinanzi alle immagini dei documentari e dei film di Vittorio De Seta accade che la sensazione che ti prende, e ti prende agli occhi, sia completamente nuova. Ti colpisce agli occhi, non allo stomaco, o quantomeno non subito»: sono parole di Roberto Saviano (trascrivo da La bellezza e l’inferno, Mondadori 2009) e dovrebbero fare da premessa a qualsiasi discorso sul cinema di De Seta.

Io me la ricordo la sensazione di cui parla Saviano. L’ho provata durante la prima visione dei cortometraggi di De Seta. Sono dovuto andare fino all’Aquila per vederli, all’Accademia dell’Immagine di Vittorio Storaro, dove ne possedevano una copia in VHS e la responsabile della videoteca, prima di andarmene, me ne fece fare una copia di straforo. Non smetterò mai di ringraziarla, come non smettono di ringraziarmi quelli a cui ne ho fatta a mia volta una copia: tutti loro hanno provato questa sensazione: e la proverete anche voi che guarderete per la prima volta questi dieci cortometraggi.


Le immagini sono diverse

«Le immagini sono diverse, diverse da quello che si vede nei documentari, diverse da quelle che si vedono nei film, diverse dall’azione, diverse dal reportage, diverse dalle fiction, diverse dall’immobilità anonima dei servizi televisivi che prendono il calco delle cose. Nelle immagini di De Seta c’è qualcos’altro»: sono sempre parole di Saviano e mi permettono di provare a rendere conto di cosa c’è in queste immagini così «diverse». Ci sono le opere e i giorni degli anni ‘50 in Sicilia, in Calabria e in Sardegna: pescatori, contadini, pastori, minatori: ne vediamo i corpi, le facce, i gesti: le loro silhouette scure che si stagliano sullo sfondo delle albe e dei tramonti, le loro camicie chiare che risaltano sull’azzurro del cielo e del mare, le loro sagome che scompaiono nell’oro abbacinante dei campi di grano, il loro torso nudo che si intravvede appena nel buio delle miniere: e ne sentiamo le voci immerse nei rumori d’ambiente: il basso continuo dei martelli pneumatici o del motore dei pescherecci, la cadenza regolare delle onde del mare, il ritmo degli zoccoli dei muli: e poi i canti, tantissimi canti.


L’inferno degli umani e la pulsione del vivere

Sono riuscito a rendere l’idea della sensazione di cui parla Saviano? Ne dubito. Del resto, come si descrive per iscritto una sensazione che ti prende agli occhi e agli orecchi? Ripasso la parola a Saviano, lui ci è riuscito, con queste parole che dovrebbero fare da conclusione a ogni discorso sul cinema di De Seta:

«Vittorio De Seta è il grande e riconosciuto maestro del documentario. Ma il termine “documentario” mi sembra riduttivo. Ciò a cui De Seta non rinuncia mai è la bellezza. L’alchimia di De Seta sta nella capacità di guardare contemporaneamente all’inferno degli umani e alla meravigliosità che emana dalla pulsione del vivere. Non tradire né l’uno né l’altro sguardo. Non cedere mai all’informazione esclusiva, non cedere mai al gesto estetico soltanto».


Naufragio con spettatore

Com’è la vita dei pescatori, dei contadini, dei pastori e dei minatori meridionali degli anni ‘50 che ci restituiscono le immagini di De Seta? Saviano ci vede la fusione tra l’inferno degli umani e la meravigliosa pulsione del vivere. Ci piace, bravo Roberto. Ma forse ai minatori di Surfarara piace un pizzichino di meno: la didascalia dice che nelle viscere della terra, come sui campi e sul mare, «si attua ogni giorno l’immane e nobile dramma del lavoro umano»; però quando le immagini mostrano i corpi dei minatori scolpiti dalla luce di taglio nel buio della miniera quella sensazione che ti prende agli occhi somiglia troppo da vicino al naufragio con spettatore di cui scriveva Lucrezio.

Se avete fatto studi classici sapete cosa intendo. Nel dubbio ve lo dico: siamo nel secondo libro del De rerum natura di Lucrezio e in apertura c’è l’immagine di uno spettatore che, al sicuro sulla terraferma, assiste a un naufragio in lontananza e prova una sensazione di piacere, non tanto per la rovina di quelli a bordo della nave quanto per la propria condizione di sicurezza.

Cosa voglio dire? Voglio dire che forse è doveroso chiedersi che tipo di emozione ingenerano nello spettatore le immagini di un documentario: è compassione o indignazione? Se lo chiede, ad esempio, Ivens durante la lavorazione di Borinage (1933), che è uno dei suoi documentari più noti: lo realizza nel 1932 in Belgio, quando i minatori del Borinage bloccano l’estrazione di carbone per due lunghi mesi, finché lo sciopero non viene represso.


Compassione oppure indignazione?

Le immagini di Ivens documentano le condizioni dei minatori e delle loro famiglie senza concedere nulla al “piacere estetico”, evitando gli “effetti fotografici piacevoli” e cassando tutte le “bellezze indesiderate”, perché si sarebbero potute sovrapporre all’inferno degli umani. Ma leggiamo direttamente le sue parole:

«Durante la lavorazione di Borinage ci trovammo di fronte bellezze indesiderate e superficiali, non richieste. Quando la luce chiara della finestra di una baracca cadeva sugli stracci sporchi e sulle stoviglie e sul tavolo, il gioco di luci e ombre distruggeva l’effetto di sporcizia che noi volevamo, e perciò cambiammo l’angolatura della ripresa. Volevamo evitare gli effetti fotografici piacevoli, che avrebbero distolto l’attenzione del pubblico dalle verità spiacevoli che gli mostravamo.

Ci imbattemmo abbastanza spesso nel pericolo del piacere estetico; luci, ombre, simmetrie minacciavano di guastare il nostro proposito, per colpa di un effetto momentaneo. Con un minimo di piacere estetico correvamo il rischio che lo spettatore, vedendo gli interni di Borinage, non potesse dire: “Dio mio, com’è sporco! Si sente perfino il cattivo odore! È proprio un alloggio disumano!” Se qui non fossimo stati costantemente all’erta, ci sarebbe stato il pericolo che le piccole baracche in decadenza (alcune delle quali ricoperte d’edera), facessero un effetto pittoresco, piuttosto che impressionante. Nella storia dei documentari ci sono stati casi in cui i fotografi si sono lasciati affascinare dalla sporcizia, così che dai loro risultati questa apparve come una cosa interessante, stravagante, tale da non risvegliare nel pubblico la minima ripugnanza.

Un regista deve essere indignato e scandalizzato dalle condizioni disumane, prima di poter trovare la giusta inquadratura».


Come se i poveri non dovessero godere della bellezza!

Come vi suona? A me sembra un’argomentazione niente male. A De Seta, invece, sembra terrificante. E lo dice in risposta a osservazioni del genere mosse nei confronti del suo documentario sui minatori (Surfarara):

«Ricordo che mi si rimproverò la bellezza delle immagini che avrebbero “coperto” la sofferenza dei minatori. C’era quasi la negazione della forma in nome dell’ideologia. Una volta, ho letto una dichiarazione di Ivens terrificante: raccontava di aver eliminato in nome della coerenza un’inquadratura con una luce “troppo bella”. Come se i poveri non dovessero godere della bellezza! E poi con questo si butta all’aria tutta la pittura!»

Come vi suona? A me non sembra niente male nemmeno questa di argomentazione: Ivens alla bellezza per caso oppone la verità per forza; De Seta oltre alla bellezza per caso pretende la poesia per forza.


Le belle contraddizioni: un paio di occhiali

Dobbiamo allora ammettere che esiste un’etica dell’immagine di ordine politico e un’etica dell’immagine di ordine poetico? Perché no? La curvatura ideologica a cui Ivens sottopone le sue immagini non è propaganda, ma ragion politica; e la curvatura estetica a cui De Seta sottopone le sue immagini non è estetismo, ma ragion poetica. Sono in contraddizione? Può darsi. Ma dovete ammettere con me che sollevare queste due contraddizioni è come indossare un paio di occhiali per guardare meglio al cinema documentario. Forse anche allo stato delle cose.


Credits
Le dichiarazioni di Ivens sono a p. 64 del volume Ivens Joris, Io-cinema. Autobiografia di un cineasta, Longanesi, Milano 1978.
Le dichiarazioni di De Seta sono a p. 22 del volume Fofi Goffredo e Volpi Gianni, Vittorio De Seta. Il mondo perduto, Lindau, Torino 1999.

2 o 3 cose che so di lei è una rubrica a cura di Gianluca Simonetta, che si diverte a fare capriole di parole.

Gianluca Simonetta è il direttore artistico dell’Atelier Raimondo Cefaly: si occupa di content design e retorica digitale e insegna Scrittura creativa e Strategia di comunicazione all’Università di Firenze; nel laboratorio creativo y’know what coordina la redazione e cura il sito web.