
SUBSTORIES
Storie Sommerse // Libri, Racconti, Sogni
issue#01
Cronache di una generazione tele-trasportata
Okay, niente panico. Il titolo non è lo slogan di una campagna pubblicitaria SpaceX per la nuova colonia su Marte firmata Elon Musk, ma la provocatoria immagine con cui Jonathan Haidt apre il suo ultimo libro, La generazione ansiosa (2024). Secondo lo psicologo americano, dal 2013 in poi – anno della grande invasione degli smartphone nelle mani degli adolescenti – abbiamo compiuto un gesto tanto simbolico quanto inquietante: abbiamo spedito i nostri figli su Marte. Ma senza tuta, senza casco e, soprattutto, senza accompagnarli.
I membri della Gen Z sono, quindi, le cavie di un modello di crescita radicalmente nuovo. […] Come se fosse la prima generazione a crescere su Marte.
– Jonathan Haidt
Altro che razzi e astronavi: oggi i nuovi pianeti si raggiungono con un clic, o al massimo con un visore VR, e si chiamano “spazi digitali”. Luoghi dove tutto succede sempre troppo in fretta, dove si respira a suon di notifiche e l’atmosfera è filtrata da effetti ed emoji. Haidt individua quattro cavalli dell’apocalisse che secondo lui minacciano l’adolescenza nell’era digitale:
- deprivazione sociale (tanti follower, pochi amici)
- privazione di sonno (le notifiche non dormono mai)
- frammentazione dell’attenzione (mannaggia a TikTok & co.)
- dipendenza (non da zucchero, ma da dopamina)
I dati a sostegno della sua tesi – anche se non mancano critiche che ne contestano il tono eccessivamente allarmistico – parlano chiaro: il rischio è reale e merita la nostra attenzione.
Genitori senza bussola seguono Google Maps
Ora, McLuhan ce l’aveva detto: “il medium è il messaggio”. Tradotto per il XXI secolo: non importa cosa guardi, ma dove lo guardi. E lo smartphone non è solo un oggetto, è l’ambiente: un ecosistema dove si cresce, si parla, si ama e si sbrocca. In questa nuova giungla touch-screen, i riti di passaggio – quei momenti magici attraverso i quali un bambino diventa ragazzo e poi adulto – sono finiti nell’archivio di Internet Explorer. Byung-Chul Han, filosofo coreano-tedesco e specialista nell’arte di metterci davanti a specchi poco lusinghieri, lo dice chiaro: viviamo in una società dell’accelerazione. Non c’è più tempo per aspettare, né per crescere, e l’infanzia dura quanto uno spot su YouTube.
McLuhan ce l’aveva detto: “il medium è il messaggio”. Tradotto per il XXI secolo: non importa cosa guardi, ma dove lo guardi.
E mentre i figli “vivono” sul pianeta TikTok, i genitori che stanno facendo? Lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati ci parla di “scomparsa del padre” (sparito come i CD vergini) e di “madri narcise” (non tutte, ma qualcuna che posta 15 storie al giorno esiste), per descrivere la mancanza di figure di riferimento forti nella società odierna. Sempre seguendo il pensiero di Recalcati: la figura paterna, ormai lungi dall’essere autoritaria, fatica a ritrovare la sua centralità e la sua funzione di guida; mentre quella materna spesso non vive per i propri figli ma vuole rivendicare la propria libertà e autonomia. Il punto è proprio che oggi nessuno fa più da “guida”, e tutti si perdono – o peggio seguono Google Maps.
«Houston, abbiamo perso l’autorità»
E allora, accanto alla domanda da complesso di Telemaco – “Dove sono finiti i padri?” – forse dovremmo aggiungerne un’altra: “Infanzia e adolescenza sono ancora tra noi o hanno preso il primo razzo disponibile e se ne sono andate?” Perché oggi sembra di assistere a un paradosso: genitori che vogliono restare adolescenti e figli che fanno finta di essere adulti.
Neil Postman, già nel 1982 (quando i computer pesavano come lavatrici), parlava di “scomparsa dell’infanzia”. Per lui era colpa della televisione: vista quotidianamente tanto dall’adulto quanto dal bambino, riduceva la distanza tra le generazioni e liberava i più piccoli dalla loro sensibilità infantile. Ora la TV ci fa quasi tenerezza: Internet l’ha superata a destra, con la fretta di chi deve cambiare identità digitale ogni 24 ore. Risultato? L’infanzia non è più un territorio da esplorare, ma una parentesi scomoda da chiudere in fretta. Il guaio non è (solo) lo smartphone, ma il modo in cui abbiamo cambiato la gravità simbolica del nostro pianeta. L’identità non si costruisce più nel confronto, ma nella visibilità; l’appartenenza non si guadagna, si afferma online.
La TV ci fa quasi tenerezza: Internet l’ha superata a destra…
La vera domanda quindi non è: “Possono i nostri figli lasciare Marte?” ma “Siamo ancora capaci di costruire per loro un pianeta abitabile?”
SPOILER: non bastano filtri parental control, servono «atti, scelte, passioni capaci di testimoniare come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità»; per far sentire i nostri figli a casa – almeno ogni tanto – sulla Terra.
SUBSTORIES è un format a cura di Matteo Falciani, che racconta Storie Sommerse // Libri, Racconti, Sogni
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