
capriole di parole ovvero 2 o 3 cose che so di lei
…e stavolta lei è la Body art
issue#01
Una capriola di parole
Chi sa di cosa parliamo quando parliamo di Body art si può godere la provocazione di una “Body art di Ultima Generazione” (attenzione alle maiuscole). E sicuramente può contraddirmi e correggermi e magari spiegarmi pure perché la mia è giusto una capriola di parole. Ma tutti gli altri? Fatemi allora fare una premessa per spiegare di cosa parliamo quando parliamo di Body art. Sarà come prendere la rincorsa prima di fare questa capriola.
Body art = le brutte arti + l’antiteatro e i body artist sono come Michelangelo, ma senza pennello e senza scalpello.
Se avessi più spazio partirei da una formula matematica: Body art = le brutte arti + l’antiteatro. Ma non ce l’ho e allora non dirò nemmeno che i body artist sono come Michelangelo, ma senza pennello e senza scalpello. Né che le performance di Body art sono come un film, ma col sangue vero invece del succo di pomodoro.
Allora propongo di metterla semplice semplice. Anche perché se prendiamo una rincorsa troppo lunga, poi quando arriviamo al momento di fare la capriola finisce che siamo senza fiato.
Il corpo come medium nella Body art
Diciamo subito che quando parliamo di Body art stiamo parlando di una forma d’arte in cui l’artista si serve del corpo come medium. Posso usare un po’ di latinorum? Giuro che rimane semplice semplice come ho promesso. Del resto la parola latina “medium” non è altro che il singolare di “media”, una parola che ormai usiamo tutti per nominare i mezzi e gli strumenti di comunicazione.
Un artista si serve del corpo come medium quando mette da parte gli strumenti tradizionali, poniamo il pennello o lo scalpello, e come mezzo di espressione e di comunicazione artistica si serve del proprio corpo. Succede allora che non parliamo più di pittura o di scultura, ma di Body art e invece di un’opera d’arte abbiamo un’operazione artistica e la chiamiamo performance (tra parentesi: in alcuni casi si parla di happening, ma abbiamo stabilito di metterla semplice e allora evitiamo di sottilizzare).
Tutto chiaro? Mmmh… Faccio qualche esempio?
Un artista si serve del corpo come medium quando mette da parte gli strumenti tradizionali, poniamo il pennello o lo scalpello, e come mezzo di espressione e di comunicazione artistica si serve del proprio corpo
Una manciata di nomi
Vi lascio una manciata di nomi e di opere in modo che possiate farvi un’idea della Body art pari almeno a quella che avete della pittura rinascimentale.
Tutti conosciamo Leonardo, Michelangelo e Raffaello e le loro opere più popolari. Bene, ora vi dico cinque nomi di body artist e vi descrivo cinque loro performance. Poi proviamo ad ascoltare cosa ci comunicano usando il corpo come medium.
I primi due sono nomi maschili: quello di Vito Acconci, che nel 1970 realizza Trademarks (una performance in cui si presenta completamente nudo e si morde con forza le braccia e le gambe lasciandosi segni profondi che prima vengono fotografati e poi rimarcati con l’inchiostro per imprimerli su carta) e quello di Chris Burden, che nel 1971 realizza Shoot (una performance in cui si fa sparare da un collaboratore che impugna un fucile calibro 22, il tutto davanti al pubblico dei presenti: il colpo lo prende al braccio).
Le donne, che nell’arte sono tradizionalmente associate al ruolo di modella o comunque di soggetto dipinto, con la Body art diventano soggetto che dipinge, pardon, che si serve del corpo come medium per esprimersi.
Il terzo, il quarto e il quinto sono nomi femminili (e precisarlo ha senso, perché le donne, che nell’arte sono tradizionalmente associate al ruolo di modella o comunque di soggetto dipinto, con la Body art diventano soggetto che dipinge, pardon, che si serve del corpo come medium per esprimersi): Gina Pane, che nel 1973 realizza Azione Sentimentale (una performance in cui si presenta stringendo forte un mazzo di rose e poi si conficca una spina dopo l’altra negli avambracci); Marina Abramović, che nel 1974 realizza Rhythm 0 (una performance in cui invita i presenti ad usare su di lei gli oggetti più diversi, tra cui anche corde e forbici: alla fine si ritrova con i vestiti lacerati, sfregiata e con una pistola carica puntata alla testa); Orlan, che nel 1977 realizza Se vendre sur les marchés en petits morceaux, che significa “Vendersi al mercato a pezzetti” (una performance in cui allestisce la vendita di frammenti del suo corpo, fotografati a grandezza naturale e incollati su legno, mentre intorno a lei si vendevano porri, patate, pere e carote).
Domanda: “Che ve ne pare?” Risposte: “E che mi rappresenta?!”, “Assurdo!”, “Ma è arte questa?”.
“E che mi rappresenta?”
Non so se avete ragione, ma avete sicuramente buone ragioni per fare domande del genere. Proviamo a rispondere? Sì, dai, proviamoci.
Sì, è arte, perché non esistono solo le belle arti; e sì, è assurda, ma non più di quanto sia assurdo spargere colore su una superficie per copiare una porzione di realtà: siamo convinti che si sia sempre fatto così e ci siamo messi d’accordo che sono cose di valore (anche monetario), ma pensiamoci seriamente: “non ha niente di più serio da fare quel tizio che disegna/dipinge/scolpisce una porzione di realtà? Andasse a lavorare!” Che cosa voglio dire? Voglio dire che le persone di buon senso trovano assurde anche le belle arti – e se non lo sapete vuol dire che non parlate abbastanza con la gente.
Ma l’arte ha ben poco a che fare col buon senso. Qualsiasi arte. E se voi vi chiedete “E che mi rappresenta?!” io vi sfido a dirmi che vi rappresentano quelle 13 persone sedute a tavola nel Cenacolo di Leonardo. Come dite? Quella è l’ultima cena di Nostro Signore Gesù Cristo con i dodici apostoli? E siccome lo sapete, allora vederla rappresentata in un’opera d’arte vi emoziona, vi comunica qualcosa, vi fa riflettere? A be’, allora nella performance di Chris Burden quello che gli spara è un soldato dei tanti, troppi plotoni di esecuzione sparsi per il mondo: e siccome il suo pubblico lo sa, allora vederlo rappresentato nella sua performance gli procura emozione e gli comunica qualcosa di significativo.
Troppo schematico? Certo, perché alle opere d’arte non servono spiegazioni: l’arte non ci invita a interrogarci su cosa rappresenta l’opera, l’arte ci invita a interrogarci sul nostro modo di stare al mondo.
…vi sfido a dirmi che vi rappresentano quelle 13 persone sedute a tavola nel Cenacolo di Leonardo.
L’arte ci invita a interrogarci sul nostro modo di stare al mondo
Sì, l’arte ci invita a interrogarci sul nostro modo di stare al mondo. Tutta l’arte, anche la Body art. Ci vogliamo provare? Sì, dai, proviamoci.
Vito Acconci non sta usando il suo corpo come medium per dire ai suoi colleghi del mondo dell’arte che il corpo può essere nello stesso tempo strumento e supporto dell’operazione artistica? E a noi non sta dicendo che siamo spesso, troppo spesso, vittime e carnefici di noi stessi? Può darsi…
E Chris Burden? Che ci sta dicendo Chris Burden esponendo il suo corpo al colpo di fucile? Forse che siamo fin troppo assuefatti alla violenza e all’uso delle armi (quanti sono i teatri di guerra disseminati per il mondo?) tanto da essere disposti ad assistere all’uso delle armi in una performance di Body art in una galleria d’arte? Chissà…
E Gina Pane? Ci sta forse dicendo che tutto è dolore qui nel mondo, anche nei momenti in cui invece delle armi stringiamo un mazzo di rose? Non è una corona di spine, ma la grammatica è la stessa…
Invece Marina Abramovich, ammettetelo, ci sta rimarcando quello che ci diceva Chris Burden, aggiungendo che non solo siamo assuefatti alla violenza e all’uso delle armi, ma di questa siamo complici e quelle siamo benissimo capaci di usarle, forse addirittura ci proviamo pure gusto…
E infine Orlan quando ci dice che il corpo le appartiene al punto di venderlo a pezzetti, ci sta forse dicendo che invece no, non è così, perché ad esempio in molti posti a molte donne non è consentito l’aborto o la contraccezione o l’unione del proprio corpo con un corpo dello stesso sesso? Voi che ne dite?
“Può darsi…”, “chissà…” e tanti “forse”. Ma che importa? Con la Body art non è questione di spiegare il significato della performance. Ciò che ci invita davvero a fare la Body art è – ripetiamolo – interrogarci sul nostro modo di stare al mondo. Cos’altro fa da sempre l’arte? Solo che la Body art ci invita a interrogarci sul nostro modo di stare al mondo perché troppe cose, per troppe persone, non vanno affatto bene. Un po’ come avveniva ai tempi di Gesù Cristo: cos’altro ci dice la performance della crocifissione se non che il Paradiso lo abbiamo perduto e che forse è il caso di cambiare il nostro modo di stare al mondo? Siete buoni cristiani o no?
La Body art ci invita a interrogarci sul nostro modo di stare al mondo perché troppe cose, per troppe persone, non vanno affatto bene.
Non vorrei urtare la sensibilità religiosa di nessuno. Vorrei solo che fosse riconosciuta la sensibilità artistica dei Vito Acconci, delle Gina Pane e delle Marina Abramovich. E perché no, anche quella dei ragazzi di Ultima Generazione, che hanno l’età dei nostri figli e portano il loro corpo per strada e nelle piazze e se ne servono come medium per dirci qualcosa: qualcosa sul nostro modo di stare al mondo. Fine della rincorsa, passiamo alla capriola.
Il corpo come medium nella società
Non so se lo avete notato, ma quando ho scritto “Body art di Ultima Generazione” ho usato le maiuscole. Il fatto è che non mi riferivo (solo) a una forma di Body art recente (quando qualcosa è di ultima generazione significa che siamo di fronte alla versione più recente). Scrivendo “Ultima Generazione” con le maiuscole stavo usando il nome del movimento italiano di attivisti per il clima. Avete presente quelli che bloccano il Grande Raccordo Anulare? Ecco, loro. Proprio loro che il corpo come medium lo portano davanti alle auto con la stessa determinazione con cui Chris Burden lo espone alla canna del fucile.
Cosa dicono quei corpi sulla strada? Che domande! Dicono quello che hanno sempre detto i corpi che si manifestano nelle piazze, dalla piazza davanti alla Bastiglia alla piazza davanti al Palazzo d’Inverno: “questo modo di stare al mondo non ci sta bene”.
Ed è questo il messaggio che ci mandano i ragazzi di Ultima Generazione anche quando si servono del loro corpo come medium e lo portano all’interno dei musei e lo incollano o lo incatenano alle opere d’arte, a volte giusto lo siedono lì davanti. Lo hanno fatto nel 2022 in una serie di performance, ora ve le racconto.
I ragazzi di Ultima Generazione il corpo come medium lo portano davanti alle auto con la stessa determinazione con cui Chris Burden lo espone alla canna del fucile.
Il 30 luglio 2022 nel Museo del Novecento di Milano hanno incollato i loro corpi al basamento della scultura Forme uniche della continuità nello spazio di Boccioni [foto 2 in photogallery] e hanno esposto un cartello con la scritta “Ultima Generazione”. Il 18 agosto 2022 ai Musei Vaticani a Roma li hanno incollati al basamento della scultura del Laocoonte [foto 3 in photogallery]. Il 21 agosto 2022 sono entrati nella Cappella degli Scrovegni a Padova (dove c’è il Giudizio Universale di Giotto [foto 4 in photogallery]) e hanno incatenato i loro corpi alla ringhiera protettiva. Il 4 settembre 2022 alle Gallerie dell’Accademia di Venezia hanno seduto i loro corpi davanti al dipinto La tempesta di Giorgione [foto 5 in photogallery]. Stessa cosa il 3 dicembre 2022 alla Pinacoteca Nazionale di Bologna davanti al dipinto La strage degli innocenti di Guido Reni [foto 6 in photogallery].
Body art al Museo degli Uffizi
Gran bell’annata il 2022. Ma la performance che preferisco è la prima, quella realizzata a Firenze il 22 luglio 2022 all’interno della Galleria degli Uffizi. Potete vederla nelle fotografie 1a e 1b riprodotte nella photogallery.
Concentriamoci sulla foto 1a: c’è La Primavera di Botticelli con due attivisti di Ultima Generazione in una posa plastica come quella dei soggetti del dipinto: Mercurio con il braccio alzato a scacciare le nubi con il caduceo; Zefiro proteso verso Clori che finge di volergli sfuggire; Flora mentre avanza spargendo i fiori che tiene in grembo; le tre Grazie che danzano tenendosi per mano. E poi Venere che resta in secondo piano lasciando davanti a sé uno spazio vuoto: è da lì che i due attivisti sembrano appena saltati fuori dal dipinto (il corpo proteso in avanti, il braccio destro all’indietro e le gambe piegate per attutire il balzo): hanno la stessa età dei modelli ritratti da Botticelli, ma indossano vestiti contemporanei e si rivolgono in carne e ossa ai visitatori per comunicargli qualcosa: lo vedete il corpo come medium, nell’arte e (quindi) nella società?
Che cosa comunica quel corpo? Provate a interpretarlo. Ma se siete troppo indignati per la colla sul vetro che protegge il dipinto, allora ve lo dico io trascrivendo testualmente il comunicato stampa (ma su YouTube potete ascoltarlo dalla viva voce degli attivisti):
“Al giorno d’oggi è possibile vedere una primavera bella come questa? Incendi, crisi alimentare e siccità lo rendono sempre più difficile. Abbiamo deciso di usare l’arte per trasmettere un messaggio d’allarme: stiamo andando verso un collasso ecoclimatico e sociale”.
In un mondo ideale…
In un mondo ideale ogni 22 luglio agli Uffizi si rievocherebbe questa performance. E magari altri musei farebbero lo stesso con le loro opere. Le scuole farebbero convenzioni per far partecipare gli studenti e sarebbe una specie di giornata dedicata all’arte dell’attivismo o all’attivismo dell’arte, quello che preferite. Nel mondo reale quei ragazzi hanno provato a mandarli a processo…[*]
Photogallery

Ultima generazione
(Body art a Firenze)

Ultima generazione
(Body art a Firenze)

Ultima generazione
(Body art a Milano)

Ultima generazione
(Body art a Roma)

Ultima generazione
(Body art a Padova)

Ultima generazione
(Body art a Venezia)

Ultima generazione
(Body art a Bologna)

Ultima generazione
(fagioli su van Gogh)

Ultima generazione
(farina su Andy Warho)
Note
[*] Nella prima udienza pre-dibattimentale il Tribunale di Firenze ha stabilito di non procedere perché il fatto non sussiste.
Credits
Le immagini della azioni di Utlima Generazione sono tratte dalla cartella stampa ufficiale.
2 o 3 cose che so di lei è una rubrica a cura di Gianluca Simonetta, che si diverte a fare capriole di parole.

Gianluca Simonetta è il direttore artistico dell’Atelier Raimondo Cefaly: si occupa di content design e retorica digitale e insegna Scrittura creativa e Strategia di comunicazione all’Università di Firenze; nel laboratorio creativo y’know what coordina la redazione e cura il sito web.


