y’know what

Siamo davvero inclusivi? Forse, sì, no.

di


EDUCANDA
Rubrica periodica sulle dinamiche educative nei contesti sociali contemporanei
issue#02


Se ne parla…

Se ne parla ovunque: a scuola, in famiglia, in televisione e nei giornali.  Di cosa? Di inclusione, naturalmente.  La nostra contemporaneità è attraversata da costanti problemi di cui la pedagogia sociale si interroga continuamente: guerre che si scagliano contro civili e innocenti, emigrazioni continue di persone che tentano di fuggire da situazioni di pericolo per poter riscattare la propria posizione sociale, disparità economiche e sociali… Tutte queste realtà non fanno altro che porre al centro della discussione una tematica di grande risonanza sociale, l’inclusione.

Ora starete sicuramente pensando: ok, bene e quindi? Cosa c’entra l’educazione in questo contesto?

L’educazione, intesa come atto di formazione e di conduzione dell’individuo, si pone al centro di questa panoramica sociale frastagliata e instabile; si pensi ad esempio ai bambini immigrati che giungono nel nostro paese e che esclusi dal gruppo perché non parlano correttamente la lingua, oppure ancora si pensi alle disuguaglianze economiche che costringono giovani ad abbandonare il percorso scolastico per approcciarsi precocemente al mondo del lavoro, per non parlare di famiglie abbandonate ai margini della società, spesso non ricevendo neppure il supporto necessario.


Cos’è la marginalità?

Il Treccani definisce come segue la parola ‘margine’: “la parte estrema ai due lati, o tutto intorno, di una superficie qualsiasi”; e ancora, in senso figurato: “vivere ai margini della società o della vita sociale, detto soprattutto di individui o gruppi che campano di espedienti, privi di un mestiere o di un’attività regolare, oppure di persone che vivono in uno stato di emarginazione”.

Effettivamente sembra quasi che l’accettazione di coloro i quali vivono in un determinato contesto passi attraverso una serie di “requisiti” e “condizioni” non scritte, ma profondamente radicate che, i giovani, per sentirsi parte di un gruppo devono soddisfare.

Tali dinamiche possono così dar vita ad una sorta di “pedagogia dell’esclusione” e questo processo è determinato da paradigmi sociali e culturali, preimpostati e predefiniti dalla società e di cui è molto difficile modificare gli schemi sui quali intere generazioni per diversi secoli hanno fondato la loro esistenza.

Tendenzialmente la relazione tra giovani adolescenti, a differenza della relazione adulto-adolescente, dovrebbe essere simmetrica: parlo di un rapporto in cui entrambe le parti si sentono allo stesso livello. Ma, seguendo questa logica, si sottolinea una certa asimmetria anche e soprattutto tra coloro i quali dovrebbero sentirsi per così dire “alla pari”, ma che, a causa di disparità legate allo status sociale, all’etnia di appartenenza o a differenze economiche non riescono ad instaurare una relazione autenticamente simmetrica.

Questi elementi finiscono per creare delle gerarchie implicite, che minano la parità e determinano forme di esclusione, nonché di discriminazione.


Sì, ma concretamente cosa sono le marginalità sociali?

Non sono assolutamente problemi astratti, ma impattano la sostanza dell’atto educativo ed è per questo che la pedagogia sociale, prendendo atto della realtà, tenta di formulare degli interventi educativi capaci di affrontare tali criticità.

L’educazione rispetto a chi è marginale richiede una sfera dialogica, è un rapporto individuale affiancato dall’aspetto sociale dell’educatore, che riguarda, nello specifico, la costruzione critica di atti di liberazione.

A tal proposito, Paulo Freire, filosofo, educatore e pedagogo brasiliano ci fornisce delle indicazioni in merito alla marginalità e nello specifico degli “oppressi”, che emergono nel suo scritto più importante: “La pedagogia degli oppressi” (1970). All’interno di questo testo definisce l’educazione come un vero e proprio atto politico.

Atto politico? in che senso? 

L’educazione non è mai neutrale, ma è un potente strumento capace di coscientizzare i giovani sulla loro condizione sociale e saperla trasformare in maniera critica, riconoscendo le strutture di potere dominanti e sradicandosi da esse.

Riconoscere i sistemi logici culturali e politici è molto difficile oggi, ma è necessario essere consapevoli dei meccanismi che ci dominano ogni giorno; è necessario sviluppare uno sguardo e una lettura critica circa i modelli prestabiliti.  Solo così facendo saremmo capaci di proporre modelli innovativi, quanto più inclusivi possibile, rendendo il mondo che viviamo più equo e più democratico.

Pertanto, per far fronte alle problematiche relative alla pedagogia dell’esclusione, è necessario praticare una vera e propria “pedagogia dell’inclusione”, di cui spesso si sente parlare, ma di cui viene meno l’aspetto pragmatico. A questo scenario si aggiunge un’altra nota dolente: l’uso scorretto nonché improprio del termine, che viene confuso con un’altra parola a causa del significato apparentemente simile.

I due termini in questione sono integrazione e inclusione, che, sebbene sembrino simili, sono dotati di significati completamente differenti: l’integrazione è un processo attraverso cui l’individuo viene inserito all’interno di un contesto preesistente, adattandosi ai modelli sociali e culturali di quest’ultimo.

L’inclusione invece è un processo molto più profondo e autentico, che mira ad accogliere le differenze culturali, politiche e sociali, affinchè tutti i cittadini possano sentirsi accolti e inclusi nel senso più alto del termine.

Non è forse questo il modo giusto per superare gli ostacoli e le barriere cui spesso ci troviamo di fronte? Parlare di inclusione è semplice, ma quando bisogna agire siamo spesso sopraffatti da una sensazione di impotenza e di stasi.


Non è mai troppo tardi per cambiare

Forse perché ci sembra banale? O forse perché siamo così tanto sottomessi da alcune logiche tanto da non riuscire ad andare oltre?

Non è mai troppo tardi per cambiare; non è mai troppo tardi per dirottare verso un’inversione di paradigma. Accogliere le differenze e valorizzarle è un valore aggiunto, non un limite.

Dunque, mi viene da ritornare alla domanda che ho scelto come titolo: siamo davvero inclusivi o forse semplicemente immaginiamo una realtà ideale che non riusciamo a costruire?


Credits
L’immagine di copertina è stata elaborata dalla redazione a partire da due fotografie: Two students sharing a rocking chair at Macalester College, Minnesota (Topic Education presso la Minnesota Digital Library) e The black walnut and red silk rocking chair in which Abraham Lincoln died from a gunshot wound at Ford Theatre on April 14, 1865. Fonte: The Public Domain Review

EDUCANDA è una rubrica a cura di Nicole Galgano, che si interroga sulle dinamiche educative nei contesti sociali contemporanei.

Nicole Galgano studia Scienze dell’educazione ed è appassionata di pedagogia sociale. Si interessa ai temi dell’inclusione, della relazione educativa e crede nel ruolo dell’educazione per la costruzione di una società più consapevole e attiva. Per y’know what cura la rubrica Educanda, in cui periodicamente ci offre riflessioni sui temi a lei più cari.